Riflessioni dall’altra parte del check point

foto-2-0011Israele mi innervosisce sempre non c’è verso, perché è come una madre isterica a volte sorride ma a volte ti dà dei marrovesci assurdi. E non sai mai in quale momento stai per entrare. E a lei piace così, piace la tensione, non conosce altro, ne ha fatta una forma di sopravvivenza. Perché secondo lei è normale vedere tutti questi ragazzi vestiti da militari con la mitragliatrice a tracolla, mentre ascoltano l’ipod, aspettano l’autobus, chiacchierano..Perché secondo lei è normale fargli fare due anni di militare, gli uomini farli ritornare una volta l’anno per il “dovere”, e mandare questi ragazzi in un bus al check point di Qalandia,  prendere un po’ di passeggeri palestinesi scegliendoli a caso e mandarli al tornello.  La tua vita dipende dal ditino della soldatessa-ragazzina che fa te, te, te e te giù. Me? yes you (Naturalmente in quanto straniera che vieni dalla parte palestinese sei un obiettivo facile). Adesso ho capito perché l’autista del bus mi ha fatto pagare solo metà corsa, l’altra al prossimo bus al di là del check point.
E allora tutti in fila davanti ad un tornello fermo che solo dopo un po’ inizia a far passare due per volta. Ma quanto dura in genere? chiedo. Ma quanto pare a loro, non si sa. Rabbia, si respira rabbia. Ogni tanto viene il soldato dall’esterno delle sbarre indica con l’antenna della ricetrasmittente qualcuno per farlo passare avanti, donne famiglie o persone, dice qualcosa, ogni tanto qualcuno risponde, qualche ragazza con i libri in mano per andare all’università magari o qualche ragazzo che assume la stessa aria da bullo del soldato per competere in bullaggine, peggio. Poi scatta il meccanismo in cui ti avvicini al tornello e dalla rabbia passi alla voglia di uscirne e assumi qualsiasi atteggiamento che possa facilitare il passaggio dall’altra parte, collabori. Poi a vedere il documento ci sono due ragazze carine, che sorridono e sono tranquillissime e dici però vedi dai Israele non è così cattiva, sono ragazze, sorridono. E il cervello ti va in pappa.

Poi vai di là, più lontano dagli arabi e dai check point (leggi tel viv) ed è ancora più assurdo vedere lo stile di vita occidentale, la grande

fotocittà, la spiaggia i locali, i giovani alternativi che fanno finta che il conflitto non esista, salvo poi girare armati e vestiti da militare. Aleggia per le strade di Tel Aviv una rimozione gigantesca, protetta da alcune parole d’ordine e frasi “la sicurezza”, “e ma vedete voi in Europa come ci avete ben difeso”, “noi non abbiamo nessun altro posto dove andare”, “tutti ci odiano”, “Tutti ci vogliono fare la pelle e cacciare nel mare”. (Sono un po’ i serbi del medio oriente, ma con la bomba atomica).

E la cosa che fa ancora più specie sono gli ebrei delle altre nazioni che vengono, comprano casa nella terra promessa (contribuendo all’aumento dei prezzi immobiliari in maniera decisiva) e si aggirano con aria sognante per le città di questa giovane nazione che in pochi anni ha fatto tanto.
Quando sono scesa dal pulmann a Tel Aviv mi sono avvicinata a due autisti alla stazione dell’autobus per avere informazioni, uno parlava italiano, la prima domanda che mi ha fatto è “sei ebrea”? Mi ha fatto troppo specie questa domanda, e alla mia risposta negativa mi ha chiesto “e che ci fai in Israele?” Ma non era aggressivo, era sinceramente interessato, anzi dopo mi si è attaccato perché ero Toscana e lui ha  fatto l’accademia d’arte a Carrara e ci ritorna ogni anno a lavorare nei laboratori degli scultori carrarini ed ha studiato con Arnaldo Pomodoro nell’82 e mi ha fatto vedere il suo ultimo quadro sul telefonino chiamato Italia, bello tra l’altro, me l’ha descritto per filo e per segno nelle dimensioni e nella consistenza, ha aspettato che arrivasse l’autobus mio, ha parlato con l’autista, si è assicurato che mi dicesse quando scendere e mi ha fatto ciao ciao con la manina dalla banchina mentre il bus partiva.
Neanche fosse i’ mi babbo.

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